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Di relazioni e sufficienza

In questi giorni ho fatto una scoperta che mi ha fatta molto riflettere: quest’estate abbiamo scavato un laghetto, alimentato da uno dei due canali che passano nel nostro terreno. Abbiamo piantato un paio di piantine acquatiche, ma ormai era fine stagione e nel giro di poco sono sparite e lo spazio è stato invaso dalle alghe verdi.

Abbiamo atteso pazientemente che passassero i mesi invernali per poter finalmente piantare qualche nuova piantina e iniziare a colonizzare il laghetto in maniera positiva.

Qualche giorno fa sono andata a piantare una ninfea e un’altra piantina palustre e ho fatto una scoperta che mi ha veramente colpita: vicino al bordo del laghetto, infatti, ho trovato un ammasso di centinaia di uova di rana!
Quello che pensavo essere un ambiente ancora in completo disequilibrio era stato trovato sufficientemente accogliente da invitare una rana a deporre lì le sue preziose uova.

E così ho pensato a tutte le volte che non agiamo per paura di non essere “abbastanza”, di non essere all’altezza, tutte le volte che avremmo desiderio di stare vicino ad una persona, di entrare in contatto con lei, ma ci inibiamo per timore o abbiamo paura di dare fastidio.

E ho pensato che noi non possiamo mai sapere l’altro di cosa necessita, e che spesso offrire sinceramente quel che abbiamo, anche quando ci sembra poca cosa, diventa una risorsa estremamente preziosa per qualcuno: un appoggio, un sostegno, un abbraccio di cuore.

Stiamoci vicino, potenziamo i nostri scambi di cuore, lasciando perdere le paure e i giudizi che noi stessi ci diamo: facciamo diventare questo mondo – e il nostro cuore – un posto accogliente!

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Come liberarci delle emozioni negative

Riflettevo oggi su una dinamica che spesso scatta in noi quando ci troviamo a vivere delle emozioni o delle condizioni che ci mettono a disagio: decidiamo che quella situazione non ci sta bene, che i bisogni che ne derivano non sono corretti o ammissibili,  e cerchiamo in tutti i modi di buttarle fuori di noi.
Per esempio siamo stanchi o malaticci, e avremmo bisogno di riposarci, ma dobbiamo andare a lavorare, dobbiamo sentire tizio al telefono, dobbiamo preparare la cena, dobbiamo portare i bimbi a scuola e.. no! non possiamo essere stanchi, né men che meno malati! Oppure siamo tristi e questa tristezza ci da’ così fastidio, che la condiamo di ogni sorta di arrabbiatura, perché non vogliamo assolutamente accettare di stare fermi ad ascoltarla e sentire quel male, e la copriamo.
E, come sempre accade in questo tipo di situazioni, più respingiamo queste emozioni, queste condizioni, più ci si appiccicano addosso come lo scotch. E’ un po’ come quando andiamo a dormire e non abbiamo sufficiente sonno: iniziamo a dirci che dobbiamo dormire, che poi la sveglia suona, che -uff- ma perché non mi addormento che sono così stanco, che ora devo asssssssolutamente dormire subito, perché il mondo non aspetta me.. e io nemmeno; e più ci incaponiamo e più ci svegliamo, e finiamo alle 5 di mattina ancora a fissare il soffitto.

Ecco, proprio a proposito di sonno che non arriva: avete mai provato a infischiarvene e ad approfittarne per leggere? Se lo avete fatto vi sarete resi conto che la maggior parte delle volte vi ritrovate addormentati e col libro caduto in faccia nel giro di un paio di pagine o, nelle restanti poche volte in cui questo non avviene, vi siete goduti un po’ di buon tempo gradevole che vi farà poi dormire meglio e più sereni.
Con gli stati d’animo negativi (e le condizioni che non possiamo cambiare) funziona esattamente nello stesso modo: accettare la nostra emozione, lasciarci attraversare da essa, fermarci e starci insieme fino a che, da sola, non inizia a sfumare, e dirci che va bene così; accettare i bisogni che ne derivano, che magari sono scomodi per noi in quel momento, e accettarli e dirci che va bene così; questa è la maniera migliore per poterci liberare degli stati faticosi o dolorosi, ed è anche l’unica maniera per imparare ed arricchirci con essi, per fare di queste situazioni delle vere esperienze di crescita.

Stare, accettarsi, e dirsi che andiamo bene, anche quando non siamo al top. Questo è il segreto.

 

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coaching, libertà, mind training, pnl

Prendiamo una bella nuova abitudine?

Dall’uscita dello scorso post, sono state diverse le persone che mi hanno detto di voler iniziare qualcosa di benefico per sé (un’attività fisica o altro), ma di non riuscire ancora a trovare il tempo o la giusta motivazione per farlo..

E quindi mi è venuta un’idea: perchè non cominciare con una marcia in più, che ci aiuti ad rendere possibile ciò che ci sembra così lontano?
Ho sperimentato su me stessa quanto possa essere d’aiuto e di sostegno la presenza di qualcuno che ci incoraggia e che condivide con noi il percorso, per cui ho deciso di lanciare un’idea che mi bazzicava nella testa già da un po’: il Challenge Nuove Abitudini.

Di cosa si tratta? Il Challenge Nuove Abitudini è un percorso condiviso di 21 giorni, in cui ci si allena quotidianamente nella direzione di creare e consolidare una nuova abitudine che ci è benefica. Il supporto delle altre persone in questo percorso ci aiuterà a mantenere salda la motivazione e lo sguardo fisso sul nostro obiettivo.

Come funziona? ecco qui le regole per partecipare!
Manda una mail entro sabato 18 febbraio 2017 a cuorediquercia@gmail.com per iscriverti: riceverai una risposta che contiene le “istruzioni per l’uso”. La nuova abitudine che si vuole acquisire può essere di qualsiasi tipo, l’importante è che sia benefica per noi.
Il Challenge Nuove Abitudini durerà 21 giorni e inizierà lunedì 20 febbraio 2017.

Allora: pronti per iniziare??

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Abbracciare l'incertezza

Il processo di cambiamento lavorativo, in particolare quando è drastico, richiede molte energie.

Sicuramente serve tanta consapevolezza, per capire che quello che stiamo facendo (o stavamo facendo) non ci rispecchia più e questo è un grosso grosso sforzo: la sicurezza economica che ci da’ quello che facciamo, l’identità che abbiamo grazie a quell’attività (che ci consente di avere un ruolo definito e uno status sociale) e il senso di autoefficacia che abbiamo grazie a quel lavoro sono elementi difficili da abbandonare per ripartire da zero e spesso ci confondono anche la vista, e non riusciamo tanto a discernere se quello che stiamo facendo lo portiamo avanti perché ci piace e ci realizza o per questi altri motivi.
Insomma: il lavoro di chiarificazione in questo senso è già molto intenso, e lo è ancor di più quando in quello che fai sei anche “bravo”: prima di lasciare il lavoro per stare coi bimbi io facevo l’educatrice, ed era un mestiere con cui mi identificavo molto, che amavo profondamente e che sentivo davvero risuonare dentro. Ma si cambia, la vita ci porta ad altri lidi, altre consapevolezze, a ripescare cose di noi che abbiamo abbandonato, e io ho capito che quel ruolo, quel lavoro, non mi identifica più, non mi realizza più. Orbene, il punto primo è fatto: ho capito cosa non voglio più fare! Ci è voluto parecchio tempo e tantissime infinite riflessioni, ma almeno questo è chiaro.

E quindi si passa al punto secondo: cosa sono capace a fare di altro? Ci sono spesso due opzioni che si prospettano in questo momento, apparentemente opposte. Nel primo caso la persona non ha la più pallida idea di quali possano essere i suoi talenti, le sue qualità: ha sempre fatto quell’unica cosa nella vita e ha l’impressione di non essere in grado di fare null’altro. Anche qui serve una grande dose di introspezione di lavoro su di sé ( e può essere davvero un ottimo aiuto avere un coach o un counselor di supporto che ci aiuta a sveltire il lavoro), ma si tratta di portare alla luce ciò che già facciamo e di metterci sopra un bell’occhio di bue per farlo risaltare: scopriremo che ci sono tantissime competenze che utilizziamo abitualmente in maniera spesso inconsapevole e che possiamo valorizzare e reimpiegare in altre attività. Poi c’è il secondo caso, che personalmente trovo paradossalmente più complicato da gestire, forse perché mi coinvolge direttamente, ovvero la situazione in cui la persona in questione ha “troppe” propensioni, attitudini, troppe cose che ama fare, e magari c’entrano pure poco l’una con l’altra. In questo frangente l’impressione è spesso quella che dedicandosi a una cosa si tralasci il resto, e ci sia sempre la sensazione di viversi un po’ “a metà”. E’ il caso delle persone cosiddette “multipotentialite” (rimando al pezzo di Emilie Wapnick per chi volesse approfondire). Qui il discorso diventa oltremodo complesso: da un lato possono nascere connubi e soluzioni innovative e originalissime, talvolta fin geniali, dall’altro tutto questo non è proprio per niente intuitivo né semplice: la sensazione che si ha spesso è quello di trovarsi in una zattera in balìa delle onde.

Ci sarebbe quindi la terza fase, ovvero il “cosa” fare, con i talenti che abbiamo scoperto di avere, ma – come detto sopra – in certi casi l’arrivare al “cosa” appare particolarmente complicato. E quindi si sta per un bel po’ nel limbo tra la seconda e la terza fase, nell’attesa. E l’unica cosa da fare (oltre a continuare a lavorare su di sé) è imparare ad abbracciare l’incertezza, semplicemente “stare”, mantenendo la fiducia sul futuro, su quel che verrà, sul fatto che troveremmo la giusta strada per noi, mantenendo aperte tutte le connessioni (sia del cervello destro che di quello sinistro 🙂 ).

 

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