mind training, PDDMD

Piccolo Dizionario Dei Momenti Difficili

Inizio oggi questo piccolo dizionario, con tante piccole cose che possono esserci utili nei momenti in cui abbiamo una vita in super salita e dobbiamo tenere botta…

Toverete man mano qui sotto l’elenco di tutti i piccoli post che andrà integrandosi man mano

 

enjoy PDDMD  ❤

 

 

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life, love

Quando hai una buona mappa… – nuova vita

Quando hai una buona mappa… puoi arrivare in posti molto belli, persino in quelli che hai sempre sognato.

 

Talvolta si tocca con mano l’efficacia della focalizzazione e, quando capita, è davvero sorprendente.

Ho raccontato in questo post come all’inizio di quest’estate io abbia preso la decisione di mettere fine al mio matrimonio, conclusione avvenuta dopo un lungo periodo di revisioni e tentativi e dopo aver preso definitivamente coscienza della non corrispondenza presente e futura di quel rapporto con quello che era nei miei bisogni più profondi e nei miei progetti di vita.

E proprio da questo accurato lavoro parte tutto quel che è nato dopo.

Ho lavorato moltissimo sul focalizzare ogni desiderio, ogni bisogno; ho utilizzato ogni sensazione che mi capitava, ogni indizio di pensiero per estrarre una mappa più completa possibile dei miei bisogni all’interno della relazione… morale della favola: il primo pensiero che ho avuto, dopo averla scritta è stato “ok, questo sancisce la mia singletudine a vita!”
La percezione, infatti, è che fosse davvero “troppa“: troppe cose, troppi bisogni, troppa bellezza… ma cosa avrei mai potuto pretendere??

Intanto ci faccio su una risata, prospettandomi un futuro da trismamma single (e devo dire che l’immagine era pure bella assai) e affronto tutto ciò che è necessario fare rispetto alla relazione ormai agonizzante con mio marito.

E poi succede che la vita ti sorprende.

Poco tempo dopo aver fatto questo lavoro e averne preso tutte le decisioni del caso, partecipo ad un piccolo evento promozionale con la mia collega naturopata, in un paese qui vicino. L’evento ha davvero rilievo nullo, ma intanto mi passo una bella serata.

Succede che ad un certo punto conosco una persona (e scoprirò in seguito quanto le nostre vite si siano sfiorate appena appena molte volte e in molti modi in tanti anni precedenti) che arriva proprio lì, in quel momento, un po’ per caso, e, altrettanto per caso, inizio a parlarci (chi mi frequenta da tempo sa quanto sia poco comune che parli con qualcuno che non conosco) e finisce che facciamo le 3 di notte a chiacchierare.

Tutto molto bello, ma non è che la cosa mi metta in crisi particolarmente: il fatto che io abbia tre figli e lui non abbia mai voluto neanche sentir parlare di bambini, sommato alla sua passione profonda per le moto, che io aborro nel modo più totale, mi bastano in quel momento per eliminarlo completamente dalle possibilità future relazionali. Comunque ci siamo trovati bene, per cui ci scambiamo il numero e nei giorni seguenti ci sentiamo in maniera davvero episodica.

E a questo punto succede che usciamo insieme qualche volta, senza alcun tipo di intenzionalità: per me è proprio solo concedermi del bel tempo per me, dato che mi fa ridere e sto bene.
Il problema è che ad un certo punto la mia mappina ben costruita e che ho sempre davanti agli occhi inizia ad avere delle spunte. Capita proprio che mentre parliamo vedo  la spunta verde comparire di fianco a qualche bisogno piazzato della mia mappa. Ma ancora non ci faccio caso: “è presto, non ho voglia di pensare a nulla, voglio stare da sola, ci vediamo solo perchè rido e sto bene” mi dico. Eh.

In un pomeriggio più lungo del previsto, a causa della rottura del mio telefono, parliamo della mia mappa e mi chiede cosa ci sia scritto: io rido, ridico che sancisce in maniera definitiva la mia singletudine a vita e poi inizio a snocciolare l’intera quantità di bisogni che la compongono, chiosando con un ironico “giusto due cosine, eh?!”. A quel punto arriva inaspettato il commento, dato così, en passant, senza quasi peso: “beh, più o meno come la mia”. Bene, quello è il primo momento in cui inizio a capire che forse, per quanto me la stia raccontando, sta capitando qualcosa.

Infine capita che arrivano quei giorni pieni di presagi, in cui non capisci perchè ma la data ti dice qualcosa, hai una sensazione strana che qualcosa debba succedere. E infatti è così: i programmi della serata finiscono molto prima del previsto e finisce che che una parte di te fa accadere un incontro non in programma, con una decisione e una forza che manco la considera, l’altra parte.
E finisce che se ne parla, in un modo che sancisce e determina completamente il riempimento della mappa e lì tu titubi, inizialmente: è presto, troppo presto, i tempi non hanno alcun senso, e se poi non funziona? e se poi finisce? e se poi, e se poi, e se poi???
Ma niente: la parte saggia e resiliente di te alla fine torna a decidere, per quello che hai nel profondo, per quello che dentro di te sai che sarà esattamente quello che hai cercato per tanto tempo, infischiandosene completamente di tutto il resto.
Solo la parte più interna di te e tutto quello che hai sempre voluto ad un passo.

E quindi… è nata la mia, la nostra, nuova vita.

allnostre

 

life, pnl

Un matrimonio: inizio e fine

Nell’ultimo post che ho scritto ho accennato al fatto che, all’inizio di quest’estate, ho preso una decisione grande e non facile, e questa ha riguardato un ambito della vita che per me è molto importante: la coppia.

Nel 2006, dopo una lunga relazione durata quasi 7 anni, conobbi quello che sarebbe diventato mio marito: diventammo in breve amici, oltre che colleghi, e mi aiutò parecchio nel periodo seguente la rottura della relazione precedente.
Rispondeva con una grande maestria al mio bisogno di cura e sostegno (bisogno così tanto vivo in quel momento,) ma io non ero pronta ad una nuova relazione e ci vollero un po’ di mesi perchè mi decidessi a buttarmi in quest’avventura.

I miei amori duraturi non sono mai stati istantanei colpi di fulmine, e questa storia non fece eccezione: comunque io mi ritrovai, in capo a qualche tempo, innamorata, iniziando una nuova convivenza in maniera inaspettatamente precoce. Le cose furono subito serie e nel giro di poco tempo decidemmo di sposarci e di avere dei bimbi.

Se non funziona con lui non funzionerà con nessuno“, mi dissi: con pazienza lui mi aveva sostenuto nelle mie crisi di ansia di abbandono e pian piano mi aveva dato la stabilità che a lungo avevo cercato: mi aveva salvata.

Seguirono anni di amore e costruzione, l’avvento di due bimbi, il cambio di due case.

Verso l’anno e mezzo della mia secondogenita, riniziai a sentire la necessità di recuperarmi: a partire dalla prima gravidanza, mi ero completamente dedicata ai figli, e sentivo la necessità di riscoprirmi, di tirare di nuovo fuori dal cassetto me e le mie cose, per iniziare a trovare nuovi spazi.

In quel momento mi accorsi che tra me e mio marito c’era qualcosa che non filava giusto: era tutto tranquillo, tutto “andava”, ma iniziavo a sentire una mancanza e la sentivo sempre più forte.

Resami conto della crisi, iniziai il mio lavoro di introspezione: dovevo assolutamente capire cosa c’era che non funzionava, che cosa mi faceva sentire quell’insoddisfazione profonda e sottile, quando tutto dal di fuori mi sembrava così perfetto. Ragionando e analizzandomi,  mi resi conto che tra di noi non c’era quasi nulla in comune: avevamo la famiglia, i figli, ma al di fuori di questo nulla… nè interessi, nè linguaggi, nè modi di pensare.
Mi faceva male cercare condivisione e dialogo sempre al di fuori della coppia che avevamo creato, ma al suo interno non era stato possibile trovarli. Ne parlammo e decidemmo insieme di tentare una svolta di vita: un cambio di casa, in posto che piaceva ad entrambi, ovvero il sogno abitativo che preludesse ad un cambio di vita, con più presenza, più natura, più vita, più allegria, sorrisi e buon tempo per noi e per i bimbi.

Cercammo casa a lungo, e intanto arrivò tanto inaspettatamente quanto necessariamente la nostra terzogenita, che nacque in sincronìa perfetta con l’acquisto della casa in montagna che tanto avevamo cercato e che tanto io avevo desiderato.

Iniziarono i lavori di ristrutturazione, parallelamente alla crescita della piccina; traslocammo l’estate scorsa e, pian piano, iniziai a sentire riemergere il bisogno di ritrovarmi. Iniziai il percorso di studi in PNL, che iniziò a cambiare la mia prospettiva: più andavo avanti nel percorso e più cadevano tutte le mie convinzioni, le mie insicurezze, e più mi sentivo sempre più finalmente me stessa.

Ritornarono alla ribalta tutte le problematiche di coppia che nel frattempo non si erano affatto risolte: avevamo comprato casa e vivevamo in un posto bellissimo, ma continuavamo a non avere nulla in comune, a non avere obiettivi comuni, a non avere dialogo, a non avere prospettiva. Uno dei valori fondanti della mia vita è la crescita e la consapevolezza di stare in una relazione senza prospettiva mi devastava, ma ancora non mi ero arresa: volevo tentarle tutte, per trovare un rimedio.

In primavera arrivò il momento del Master PNL: una settimana di rivoluzione interiore, da cui uscii una persona nuova, ma non diversa… ero finalmente diventata me stessa, senza più tutte le paure, le fobie, le convinzioni limitanti di un tempo. Finalmente ero libera e salda, non avevo più bisogno di nessuno che mi rimandasse la mia forza, la mia bontà, la mia bellezza.

Mi accorsi, così, che oltre alle mancanze che avevo già notato in precedenza, alcuni bisogni che per me fino a quel momento erano stati così fondanti, non avevano più tutta questa ragione d’essere: la sicurezza e un certo tipo di cura erano cose di cui avevo molto meno bisogno, nella relazione.

Entrai definitivamente in crisi e, aiutata e sostenuta dalla mia amica e collega Martina, affrontai in maniera puntuale e razionale quello che voleva dire profondamente per me avere una relazione e i bisogni che essa avrebbe dovuto soddisfare, accorgendomi non solo che tanti bisogni non erano soddisfatti, ma che alcuni di essi non avrebbero potuto esserlo, perchè non appartenevano proprio alla personalità di mio marito.

Presa consapevolezza che eravamo decisamente giunti al capolinea della nostra storia, ci confrontammo: parlammo tanto, ci ringraziammo per quello che ci eravamo reciprocamente donati in quasi 11 anni e che avevamo vissuto insieme e ci separammo.

Nel giro di poco, quindi, iniziò una nuova vita per entrambi e, per me, il cambio diventò in breve repentino e intenso… ma questo lo racconterò in un altro post!

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coaching

Crisi di coppia: cosa comunichiamo?

Quando una relazione volge al termine è tempo di bilanci e di analisi.
Per quanta consapevolezza possa esserci, è sempre necessario scandagliare lo scandagliabile, per capire, comprendere, e attuare dei cambiamenti.

La sensazione di aver fatto tutto quello che si poteva fare, di avercela messa tutta, di aver esplorato e rigirato la crisi in tutti i suoi aspetti più remoti.

Poi, un giorno, un’epifania: ci si scopre ad essere arrabbiati, e tanto, e si scopre di aver messo regolarmente da parte questa rabbia, di non averle dato importanza. La necessità e il desiderio di “far andare” la relazione, contemporaneamente alla volontà di tutelare l’altro dalle discussioni, dai malumori, dai disagi, hanno fatto sì che la comunicazione passasse in secondo piano, che le emozioni “scomode” non venissero tenute in conto, pensando che fosse sufficiente gestirsele in solitaria. Peccato che, all’interno di una coppia, la comunicazione sia la base fondante e sia necessario avere sempre “cuore e mente sul piatto”.

E ti rendi conto che, per quanto l’altro non sia stato nei termini relazionali adeguati, sei tu ad avere sbagliato per prima: ti sei messa da parte, non ti sei data importanza, non hai dato voce alla parte di te che era triste e ferita e, così facendo, sei diventata responsabile di quel fallimento.

Perchè una vera relazione d’amore necessita di comunicazione continua, a qualsiasi prezzo; perchè una coppia sta in piedi solo se entrambe le persone che ne fanno parte rispettano profondamente sè stesse e i propri bisogni; perchè l’amore può crescere se è fonte di libertà.

La volontà di proteggere l’altro può diventare un’arma a doppio taglio e, nel momento in cui ci induce ad omettere delle cose, impatta con seria pesantezza sulla costruzione del dialogo e della comunicazione e, quindi, dell’amore stesso.

Non possiamo pensare di proteggere gli altri da noi stessi, soprattutto quando si è in coppia: si possono trovare buoni modi per comunicare, migliorare, trovare strategie funzionali, lasciando perdere quelle che non lo sono, ma bisogna agire e comunicare.

Cuore sul piatto, sempre.

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pnl

Il Master Practitioner e la magia

Qualche settimana fa ho frequentanto il corso che mi ha portata a diventare Master Practitioner in PNL (ovviamente sempre Ekis, chevvelodicoaffà!).

E’ stata un’esperienza rivoluzionante, al punto quasi da paragonarla al parto (ma molto meno dolorosa!): sono rinata persona nuova, mi sono liberata di tantissime convinzioni limitanti che avevo, anche belle grosse, e mi sono sentita, per la prima volta in vita mia, veramente io. Da quel momento il mood principale ha iniziato ad essere “la cosa mi fa stare fuori dalla zona di comfort? mi sento a disagio? Fico, la faccio e vedo cosa succede!”; quindi davvero un cambio radicale per una persona che ha vissuto spesso nella cautela di relazione e di vita.
Mi sono sentita finalmente libera di essere chi sono, di fare quello che voglio fare e che quando si sbaglia… beh, pazienza, è stato più o meno figo e poi si fa qualcosa di diverso, che mica muore qualcuno, anzi.
Mi sono scoperta a parlare di cose davvero molto interne, a scoprirmi tanto senza averne alcun timore, perchè – fondamentalmente – ho capito che gli altri non possono fare proprio nulla perchè io mi senta male, se non lo permetto, mi sono quindi sentita sicura e protetta anche quando mi stavo scoprendo veramente molto. Ed è straordinariamente bello e costruttivo poter parlare alle persone che entrano in relazione con noi in maniera franca e semplice, senza timori di giudizio. Perchè è tutto nella nostra mente: le paure, il giudizio, gli stati d’animo… e quindi la cosa bella è che possiamo imparare a gestire tutto quanto!

Ho imparato ad utilizzare la “magia” che mia ha liberata e ho avuto da subito la piena consapevolezza di quanta forza porta con sè, di quale potere ha per gli altri, per sostenerli nel loro cammino, per potere offrire loro tutta la bellezza che sto già vivendo io. Mi sono resa ancora più conto dell’efficacia (e della velocità!) di queste tecniche e di quanto bene possano fare!

Sono grata per il meravigliosi compagni di viaggio che ho avuto, che hanno avuto tanta parte nel mio cambiamento, sono grata per i meravigliosi trainer Alessandro Mora e Roberta Liguori, che ci mettono tantissima bravura e compentenza e, soprattutto, tantissimo cuore e questo davvero fa la differenza (come dice Alessandro “non sono le tecniche che cambiano le persone, sono le persone che cambiano le persone), sono grata alla mia famiglia per la collaborazione e sono grata a me stessa per l’opportunità che mi sono data.

E, come dicevo in uno dei primi post dopo il rientro, ora… siete pronti per la magia?? Perchè ce n’è davvero tanta a disposizione 😉

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Ecco cosa può succedere quando si esce dalla zona di comfort

Qualche giorno fa, in questo post sulla mia pagina Facebook, raccontavo di come ho avuto l’occasione di affrontare una piccola cosa che una volta mi metteva molto a disagio, e di come l’aver affrontato questa esperienza per me un po’ difficile mi abbia fatta sentire più libera.

Si chiama “zona di comfort” tutto quell’insieme di azioni e situazioni in cui stiamo a nostro agio, in cui viviamo tranquilli e senza crisi. Essa può essere più piccina o più grande e, se passiamo molto tempo senza espanderla, inizia a stringersi un pochino alla volta e ad irrigidirsi, ingabbiandoci anche con molta forza.
Il segreto per espanderla è uscirne, fare ciò che vogliamo fare anche se non ci sentiamo a nostro agio nel farlo: a volte basta scostarsi veramente un pochino dalle nostre limitazioni autoimposte, mettere appena la punta del piedino fuori, che già si hanno bellissimi effetti di crescita.

Ritorno all’episodio di qualche giorno fa: ho fatto una telefonata (e già prendere l’iniziativa per telefonare a me richiede sempre un certo sforzo) in cui avrei dato una comunicazione scomoda. Ho deciso che ce l’avrei potuta fare, ho deciso di essere l’autista del mio cervello e di gestire le mie emozioni e l’ho fatto.

Ed ecco cos’è successo appena qualche giorno dopo…

Ero in pianura per una consulenza e ho incontrato una conoscente, che mi ha parlato di alcuni problemi con sua figlia e dei consigli professionali che le erano stati dati per gestire questa situazione di difficoltà. Purtroppo ho notato che alcuni di questi consigli avrebbero potuto anche essere efficaci in un primo momento, ma a prezzo di un notevole peggioramento della situazione in futuro. Lì per lì ho sentito dentro di me crescere la rabbia per cosa le era stato consigliato e la mia vocina interiore ha iniziato il suo sproloquio a colpi di “ma è possibile che nel 2017 ci siano ancora professionisti che consigliano queste cose?? ma non si rendono conto dei danni che fanno??”. Me ne sono però stata ben zitta, limitandomi a sottolineare la mia contentezza per la sensazione di appoggio che aveva avuto questa conoscente. In fondo, nessuno aveva chiesto il mio parere, e facilmente se avessi esplicitato il mio pensiero in quel momento, non sarebbe stato ascoltato né compreso.

Mentre ero in auto, nel viaggio di ritorno a casa, continuavo però a pensarci, e mi sono resa conto del fatto in quel momento io avevo una possibilità reale di aiutare questa bimba: sapevo cosa andava evitato perché conoscevo gli effetti a lungo termine, e cosa consigliare di meglio. E poi, ho pensato, mal che vada non succede nulla, e rimarrà tutto come ora, ma se io non ci provo, avrò perso una possibilità preziosa di far andare l’infanzia di questa bambina in un modo diverso, e di far sì che domani sia una donna più sicura e più felice.

Allora ho scelto i punti più importanti, li ho trasformati in due semplici strategie concrete, ho scelto le parole con cura, in modo da massimizzare l’efficacia della mia comunicazione, sia dal punto di vista emotivo che cognitivo, e poi l’ho fatto. Mi sono fatta dare il suo numero di telefono e le ho te-le-fo-na-to.

E’ stata una lunga e bella telefonata, e quando ho messo giù ero davvero felice: avevo utilizzato tutto il mio bagaglio nel modo migliore possibile, in quel momento. Non avevo agito d’impulso subito, sfogando in malo modo i pensieri rabbiosi che venivano, mettendo in tavola una comunicazione che l’altra persona non avrebbe potuto di certo ascoltare, per il modo in cui l’avrei fatta. E nemmeno ho lasciato perdere, ma ho ascoltato la mia rabbia, quello che che voleva dirmi, e ho sfruttato al massimo quello che ho per poter dare il meglio per quella mamma e per quella bimba, creando l’occasione per una comunicazione efficace ed empatica.

E dopo tutto questo mi sono resa conto di quanto si fosse espansa la mia zona di comfort: se mi avessero detto fino a qualche giorno fa che avrei fatto una cosa del genere, davvero avrei riso, invece non solo ho telefonato, ma non ho avuto alcuna difficoltà nel farlo!

Per cui: sperimentate, anche una cosa piccolina, ma che esca un pochino dalla vostra zona di comodità e state a vedere gli effetti!

 

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coaching

Di relazioni e sufficienza

In questi giorni ho fatto una scoperta che mi ha fatta molto riflettere: quest’estate abbiamo scavato un laghetto, alimentato da uno dei due canali che passano nel nostro terreno. Abbiamo piantato un paio di piantine acquatiche, ma ormai era fine stagione e nel giro di poco sono sparite e lo spazio è stato invaso dalle alghe verdi.

Abbiamo atteso pazientemente che passassero i mesi invernali per poter finalmente piantare qualche nuova piantina e iniziare a colonizzare il laghetto in maniera positiva.

Qualche giorno fa sono andata a piantare una ninfea e un’altra piantina palustre e ho fatto una scoperta che mi ha veramente colpita: vicino al bordo del laghetto, infatti, ho trovato un ammasso di centinaia di uova di rana!
Quello che pensavo essere un ambiente ancora in completo disequilibrio era stato trovato sufficientemente accogliente da invitare una rana a deporre lì le sue preziose uova.

E così ho pensato a tutte le volte che non agiamo per paura di non essere “abbastanza”, di non essere all’altezza, tutte le volte che avremmo desiderio di stare vicino ad una persona, di entrare in contatto con lei, ma ci inibiamo per timore o abbiamo paura di dare fastidio.

E ho pensato che noi non possiamo mai sapere l’altro di cosa necessita, e che spesso offrire sinceramente quel che abbiamo, anche quando ci sembra poca cosa, diventa una risorsa estremamente preziosa per qualcuno: un appoggio, un sostegno, un abbraccio di cuore.

Stiamoci vicino, potenziamo i nostri scambi di cuore, lasciando perdere le paure e i giudizi che noi stessi ci diamo: facciamo diventare questo mondo – e il nostro cuore – un posto accogliente!

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coaching

Come liberarci delle emozioni negative

Riflettevo oggi su una dinamica che spesso scatta in noi quando ci troviamo a vivere delle emozioni o delle condizioni che ci mettono a disagio: decidiamo che quella situazione non ci sta bene, che i bisogni che ne derivano non sono corretti o ammissibili,  e cerchiamo in tutti i modi di buttarle fuori di noi.
Per esempio siamo stanchi o malaticci, e avremmo bisogno di riposarci, ma dobbiamo andare a lavorare, dobbiamo sentire tizio al telefono, dobbiamo preparare la cena, dobbiamo portare i bimbi a scuola e.. no! non possiamo essere stanchi, né men che meno malati! Oppure siamo tristi e questa tristezza ci da’ così fastidio, che la condiamo di ogni sorta di arrabbiatura, perché non vogliamo assolutamente accettare di stare fermi ad ascoltarla e sentire quel male, e la copriamo.
E, come sempre accade in questo tipo di situazioni, più respingiamo queste emozioni, queste condizioni, più ci si appiccicano addosso come lo scotch. E’ un po’ come quando andiamo a dormire e non abbiamo sufficiente sonno: iniziamo a dirci che dobbiamo dormire, che poi la sveglia suona, che -uff- ma perché non mi addormento che sono così stanco, che ora devo asssssssolutamente dormire subito, perché il mondo non aspetta me.. e io nemmeno; e più ci incaponiamo e più ci svegliamo, e finiamo alle 5 di mattina ancora a fissare il soffitto.

Ecco, proprio a proposito di sonno che non arriva: avete mai provato a infischiarvene e ad approfittarne per leggere? Se lo avete fatto vi sarete resi conto che la maggior parte delle volte vi ritrovate addormentati e col libro caduto in faccia nel giro di un paio di pagine o, nelle restanti poche volte in cui questo non avviene, vi siete goduti un po’ di buon tempo gradevole che vi farà poi dormire meglio e più sereni.
Con gli stati d’animo negativi (e le condizioni che non possiamo cambiare) funziona esattamente nello stesso modo: accettare la nostra emozione, lasciarci attraversare da essa, fermarci e starci insieme fino a che, da sola, non inizia a sfumare, e dirci che va bene così; accettare i bisogni che ne derivano, che magari sono scomodi per noi in quel momento, e accettarli e dirci che va bene così; questa è la maniera migliore per poterci liberare degli stati faticosi o dolorosi, ed è anche l’unica maniera per imparare ed arricchirci con essi, per fare di queste situazioni delle vere esperienze di crescita.

Stare, accettarsi, e dirsi che andiamo bene, anche quando non siamo al top. Questo è il segreto.

 

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