coaching

Abbracciare l'incertezza

Il processo di cambiamento lavorativo, in particolare quando è drastico, richiede molte energie.

Sicuramente serve tanta consapevolezza, per capire che quello che stiamo facendo (o stavamo facendo) non ci rispecchia più e questo è un grosso grosso sforzo: la sicurezza economica che ci da’ quello che facciamo, l’identità che abbiamo grazie a quell’attività (che ci consente di avere un ruolo definito e uno status sociale) e il senso di autoefficacia che abbiamo grazie a quel lavoro sono elementi difficili da abbandonare per ripartire da zero e spesso ci confondono anche la vista, e non riusciamo tanto a discernere se quello che stiamo facendo lo portiamo avanti perché ci piace e ci realizza o per questi altri motivi.
Insomma: il lavoro di chiarificazione in questo senso è già molto intenso, e lo è ancor di più quando in quello che fai sei anche “bravo”: prima di lasciare il lavoro per stare coi bimbi io facevo l’educatrice, ed era un mestiere con cui mi identificavo molto, che amavo profondamente e che sentivo davvero risuonare dentro. Ma si cambia, la vita ci porta ad altri lidi, altre consapevolezze, a ripescare cose di noi che abbiamo abbandonato, e io ho capito che quel ruolo, quel lavoro, non mi identifica più, non mi realizza più. Orbene, il punto primo è fatto: ho capito cosa non voglio più fare! Ci è voluto parecchio tempo e tantissime infinite riflessioni, ma almeno questo è chiaro.

E quindi si passa al punto secondo: cosa sono capace a fare di altro? Ci sono spesso due opzioni che si prospettano in questo momento, apparentemente opposte. Nel primo caso la persona non ha la più pallida idea di quali possano essere i suoi talenti, le sue qualità: ha sempre fatto quell’unica cosa nella vita e ha l’impressione di non essere in grado di fare null’altro. Anche qui serve una grande dose di introspezione di lavoro su di sé ( e può essere davvero un ottimo aiuto avere un coach o un counselor di supporto che ci aiuta a sveltire il lavoro), ma si tratta di portare alla luce ciò che già facciamo e di metterci sopra un bell’occhio di bue per farlo risaltare: scopriremo che ci sono tantissime competenze che utilizziamo abitualmente in maniera spesso inconsapevole e che possiamo valorizzare e reimpiegare in altre attività. Poi c’è il secondo caso, che personalmente trovo paradossalmente più complicato da gestire, forse perché mi coinvolge direttamente, ovvero la situazione in cui la persona in questione ha “troppe” propensioni, attitudini, troppe cose che ama fare, e magari c’entrano pure poco l’una con l’altra. In questo frangente l’impressione è spesso quella che dedicandosi a una cosa si tralasci il resto, e ci sia sempre la sensazione di viversi un po’ “a metà”. E’ il caso delle persone cosiddette “multipotentialite” (rimando al pezzo di Emilie Wapnick per chi volesse approfondire). Qui il discorso diventa oltremodo complesso: da un lato possono nascere connubi e soluzioni innovative e originalissime, talvolta fin geniali, dall’altro tutto questo non è proprio per niente intuitivo né semplice: la sensazione che si ha spesso è quello di trovarsi in una zattera in balìa delle onde.

Ci sarebbe quindi la terza fase, ovvero il “cosa” fare, con i talenti che abbiamo scoperto di avere, ma – come detto sopra – in certi casi l’arrivare al “cosa” appare particolarmente complicato. E quindi si sta per un bel po’ nel limbo tra la seconda e la terza fase, nell’attesa. E l’unica cosa da fare (oltre a continuare a lavorare su di sé) è imparare ad abbracciare l’incertezza, semplicemente “stare”, mantenendo la fiducia sul futuro, su quel che verrà, sul fatto che troveremmo la giusta strada per noi, mantenendo aperte tutte le connessioni (sia del cervello destro che di quello sinistro 🙂 ).

 

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