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i 40 anni e i sogni nei cassetti

Oggi mi stavo muovendo in auto e, come spesso accade in questi frangenti, la mia mente ha iniziato a riflettere su alcune cose. In particolare, mi sono soffermata a notare come gran parte delle persone che conosco intorno ai 40 anni vivano spesso una dicotomia interiore tra la vita che fanno e i sogni che hanno accuratamente riposto nei cassetti: relazioni che non danno più nulla da troppo tempo, lavori portati avanti perchè più sicuri o remunerativi, attività svolte per forza d’inerzia, ruoli predefinite che ormai paiono diventati l’unica faccia possibile.
Contemporaneamente a questa riflessione, ho riflettuto su cosa ci renda “giovani”: ho notato spesso che l’età anagrafica è poco rispondente a quella che è la realtà personale di ognuno di noi e ho visto come a volte sia così diversa da quella percepita. In particolare, ho notato che le persone percepite più giovani di quanto lo siano anagraficamente hanno una cosa che gli altri non hanno: lavorano per realizzare i propri sogni (non a caso queste persone non sono molte).

Ora, potremmo sicuramente dilungarci e fare mille pensieri e ipotesi sulle cause di tutto ciò, ma resta il fatto che la maggior parte delle persone vive in una sorta di anestesia perenne e – di fatto – sopravvive, è interiormente in coma. A volte solo un evento tragico è in grado di dare una scossa a questo torpore globale e le persone prendono finalmente coscienza che la vita è una sola e il nostro tempo non è infinito. Mi sono spesso chiesta, infatti, se fosse proprio necessario arrivare a quel punto, per iniziare a vivere.

In verità non ho ben capito quando esattamente si iniziano a mettere i sogni chiusi nei cassetti: forse prima li si deposita solo un poco, poi sempre un po’ di più, poi inizia a fare male la distanza che si sente tra la vita reale e quei sogni che percepiamo così poco realizzabili e questo è il momento in cui si prende una chiave e la si gira, spesso buttandola via dopo poco.

E qui, signori e signore, vi chiedo: è questa la vita che volete? Volete continuare a vivere indefinitamente in quel grigiore sordo in cui vi siete piazzati, di giorni uguali agli altri, di muta anestesia generale? E’ questo che volete per la vostra unica vita? E’ questo che volete (o vorreste) per i vostri figli?

Spaccateli, quei cassetti, tirate fuori tutti i vostri sogni e iniziate a realizzarli, a lavorarci sopra, prendeteveli, con le unghie e coi denti! Iniziate… a vivere!

 

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Torna il Challenge Nuove Abitudini!!

A gran richiesta torna già quest’anno il Challenge Nuove Abitudini, in una nuova versione integrata con nuovi ed efficaci contenuti.

Di cosa si tratta? 
E’ un percorso di 21 giorni, in cui ci si allena quotidianamente per creare e consolidare una nuova abitudine che ci è benefica, lavorando e mantenendo salda la motivazione e lo sguardo fisso sul nostro obiettivo.

Come funziona?
Ogni mattina, per tutti e 21 i giorni, riceverai una mail con un contenuto (video, audio, scritto o un esercizio da fare) che ti sosterrà e ti aiuterà a rendere efficace il tuo percorso. Avrai, inoltre, il mio costante supporto personalizzato via e-mail.

Perchè 21 giorni?
E’ stato  stimato che il tempo minimo necessario all’instaurazione di una nuova abitudinesia proprio quello di 21 giorni; il Challenge inizierà lunedì 4 settembre e terminerà domenica 24 settembre.

Cosa otterrai dalla partecipazione a questo percorso?
Insieme impareremo a focalizzare e rendere efficace l’obiettivo di prendere una buona abitudine utile alla tua vita; alleneremo insieme la capacità di notare quali processi decisionali e quali strategie sono per te efficaci e quali no, avendo così la possibilità di scegliere cosa ti è utile; approfondirai la capacità di ascoltare te stesso e i tuoi bisogni profondi; aumenterai la consapevolezza nel sentirti attivo ed efficace nelle tue decisioni.

Effetti collaterali
Questo allenamento ha l’effetto collaterale di gestire con maggiore efficacia la tua vita, dandoti la possibilità di vedere scelte migliori da intraprendere e maggiori possibilità, di compiere passi benevoli per te stesso/a e di indirizzarti verso un miglioramento di vita e di grado di soddisfazione interiore maggiore.
Se vuoi continuare a lamentarti di quello che non va nella tua vita e nel mondo questo percorso NON fa per te.

Cosa serve per partecipare?
E’ necessario da parte tua la respons-abilità di portare avanti il percorso per tutti i 21 giorni, la volontà di voler intraprendere un percorso di miglioramento della tua condizione di vita e di benessere e una partecipazione economica di un euro al giorno: investi questa piccola quota come impegno quotidiano per te, per aumentare la tua felicità!

Per iscriverti manda una e-mail entro venerdì 1 settembre 2017 a: silvia.mezzanatto@gmail.com

Allora: pronti per iniziare??

 

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Il segreto per fare ciò che si desidera

Stamattina mi sono svegliata presto e sono andata a camminare, prima di mettermi al lavoro.
Per me è un’attività del tutto nuova: come non avrei mai pensato di iniziare a svegliarmi molto presto al mattino, così mai avrei detto che avrei cominciato a camminare la mattina, ma le risorse interiori aumentano e si finisce con l’imparare a fare ciò che ci fa bene, e a farlo anche con piacevolezza.
La prima volta che sono andata a camminare la mattina è stata qualche giorno fa, durante il corso per diventare Master Practitioner: la mattina mi sono svegliata due ore prima della sveglia e ho deciso di andare. Siccome, come dicevo prima, mai avrei pensato di camminare la mattina in vita mia, non avevo un paio di scarpe adatte (e non le avevo neppure a casa), per cui ho messo i sandali e sono uscita. Dovevo fare un pochino attenzione al passo, ogni tanto riassestarli e sicuramente sarei potuta andare più veloce con delle scarpe da camminata, intanto però la mia oretta di cammino me la sono fatta, con grossa soddisfazione.
Stamattina avevo programmato di andare di nuovo a camminare e ancora non avevo le scarpe adatte: ho preso le meno peggio che c’erano e sono partita, facendomi un’ora di strada montana con… le sneakers!
E, mentre camminavo, pensavo a come, qualche tempo fa, non avendo l’attrezzatura necessaria, mi sarei semplicemente bloccata nell’intenzione, rimandando l’attività al momento dell’acquisto delle scarpe, finendo poi col rimandare per mille altri motivi (come postava la mia meravigliosa trainer, Roberta Liguori, in questo post, in questa maniera succede poi che la mente si abitua a trovare scuse); invece ho utilizzato le mie risorse disponibili, anche se non erano perfette, per fare e ottenere quel che voglio.

E quindi qual è il segreto per fare ciò che vogliamo? Una cosa tanto semplice quanto potente: semplicemente farlo.

Niente scuse, basta con l’aspettare il “quando sarò pronto” o mille altri ipotetici momenti nel futuro in cui le condizioni saranno diverse o migliori, ma alzarsi e camminare!
Noteremo, tra l’altro, che una volta che abbiamo cominciato, il processo per recuperare le risorse per farlo al meglio è molto più veloce ed efficace e potremo accorgerci di quanto poco sforzo ci è voluto, rispetto a quello che avremmo immaginato!

Per cui muoviamoci e partiamo: viviamo la vita che abbiamo sempre sognato!

 

P.S. Le scarpe le vado a comprare subito, promesso!!

 

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Gocce di Pace: tutto il meglio

C’è un bellissimo trucchetto mentale che ci consente di mantenere un focus decisamente migliore nelle relazioni, e in generale durante la giornata, e consiste in questo piccolo esercizio: per tutta la giornata, quando incontriamo qualcuno, auguriamogli dentro di noi “tutto il meglio“.

 Concentriamoci per auguraglielo col cuore, anche se magari è una persona con cui normalmente non abbiamo tanto feeling: fermiamoci, salutiamolo con un sorriso, mentre dentro di noi gli auguriamo “tutto il meglio” e vediamo cosa accade dentro di noi.
Noterete come la vostra inclinazione mentale cambierà in maniera decisamente più positiva e, intanto, la vostra energia crescerà, insieme al vostro sorriso.
Un piccolo gesto interiore dai molteplici effetti!
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Ecco cosa può succedere quando si esce dalla zona di comfort

Qualche giorno fa, in questo post sulla mia pagina Facebook, raccontavo di come ho avuto l’occasione di affrontare una piccola cosa che una volta mi metteva molto a disagio, e di come l’aver affrontato questa esperienza per me un po’ difficile mi abbia fatta sentire più libera.

Si chiama “zona di comfort” tutto quell’insieme di azioni e situazioni in cui stiamo a nostro agio, in cui viviamo tranquilli e senza crisi. Essa può essere più piccina o più grande e, se passiamo molto tempo senza espanderla, inizia a stringersi un pochino alla volta e ad irrigidirsi, ingabbiandoci anche con molta forza.
Il segreto per espanderla è uscirne, fare ciò che vogliamo fare anche se non ci sentiamo a nostro agio nel farlo: a volte basta scostarsi veramente un pochino dalle nostre limitazioni autoimposte, mettere appena la punta del piedino fuori, che già si hanno bellissimi effetti di crescita.

Ritorno all’episodio di qualche giorno fa: ho fatto una telefonata (e già prendere l’iniziativa per telefonare a me richiede sempre un certo sforzo) in cui avrei dato una comunicazione scomoda. Ho deciso che ce l’avrei potuta fare, ho deciso di essere l’autista del mio cervello e di gestire le mie emozioni e l’ho fatto.

Ed ecco cos’è successo appena qualche giorno dopo…

Ero in pianura per una consulenza e ho incontrato una conoscente, che mi ha parlato di alcuni problemi con sua figlia e dei consigli professionali che le erano stati dati per gestire questa situazione di difficoltà. Purtroppo ho notato che alcuni di questi consigli avrebbero potuto anche essere efficaci in un primo momento, ma a prezzo di un notevole peggioramento della situazione in futuro. Lì per lì ho sentito dentro di me crescere la rabbia per cosa le era stato consigliato e la mia vocina interiore ha iniziato il suo sproloquio a colpi di “ma è possibile che nel 2017 ci siano ancora professionisti che consigliano queste cose?? ma non si rendono conto dei danni che fanno??”. Me ne sono però stata ben zitta, limitandomi a sottolineare la mia contentezza per la sensazione di appoggio che aveva avuto questa conoscente. In fondo, nessuno aveva chiesto il mio parere, e facilmente se avessi esplicitato il mio pensiero in quel momento, non sarebbe stato ascoltato né compreso.

Mentre ero in auto, nel viaggio di ritorno a casa, continuavo però a pensarci, e mi sono resa conto del fatto in quel momento io avevo una possibilità reale di aiutare questa bimba: sapevo cosa andava evitato perché conoscevo gli effetti a lungo termine, e cosa consigliare di meglio. E poi, ho pensato, mal che vada non succede nulla, e rimarrà tutto come ora, ma se io non ci provo, avrò perso una possibilità preziosa di far andare l’infanzia di questa bambina in un modo diverso, e di far sì che domani sia una donna più sicura e più felice.

Allora ho scelto i punti più importanti, li ho trasformati in due semplici strategie concrete, ho scelto le parole con cura, in modo da massimizzare l’efficacia della mia comunicazione, sia dal punto di vista emotivo che cognitivo, e poi l’ho fatto. Mi sono fatta dare il suo numero di telefono e le ho te-le-fo-na-to.

E’ stata una lunga e bella telefonata, e quando ho messo giù ero davvero felice: avevo utilizzato tutto il mio bagaglio nel modo migliore possibile, in quel momento. Non avevo agito d’impulso subito, sfogando in malo modo i pensieri rabbiosi che venivano, mettendo in tavola una comunicazione che l’altra persona non avrebbe potuto di certo ascoltare, per il modo in cui l’avrei fatta. E nemmeno ho lasciato perdere, ma ho ascoltato la mia rabbia, quello che che voleva dirmi, e ho sfruttato al massimo quello che ho per poter dare il meglio per quella mamma e per quella bimba, creando l’occasione per una comunicazione efficace ed empatica.

E dopo tutto questo mi sono resa conto di quanto si fosse espansa la mia zona di comfort: se mi avessero detto fino a qualche giorno fa che avrei fatto una cosa del genere, davvero avrei riso, invece non solo ho telefonato, ma non ho avuto alcuna difficoltà nel farlo!

Per cui: sperimentate, anche una cosa piccolina, ma che esca un pochino dalla vostra zona di comodità e state a vedere gli effetti!

 

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Prendiamo una bella nuova abitudine?

Dall’uscita dello scorso post, sono state diverse le persone che mi hanno detto di voler iniziare qualcosa di benefico per sé (un’attività fisica o altro), ma di non riuscire ancora a trovare il tempo o la giusta motivazione per farlo..

E quindi mi è venuta un’idea: perchè non cominciare con una marcia in più, che ci aiuti ad rendere possibile ciò che ci sembra così lontano?
Ho sperimentato su me stessa quanto possa essere d’aiuto e di sostegno la presenza di qualcuno che ci incoraggia e che condivide con noi il percorso, per cui ho deciso di lanciare un’idea che mi bazzicava nella testa già da un po’: il Challenge Nuove Abitudini.

Di cosa si tratta? Il Challenge Nuove Abitudini è un percorso condiviso di 21 giorni, in cui ci si allena quotidianamente nella direzione di creare e consolidare una nuova abitudine che ci è benefica. Il supporto delle altre persone in questo percorso ci aiuterà a mantenere salda la motivazione e lo sguardo fisso sul nostro obiettivo.

Come funziona? ecco qui le regole per partecipare!
Manda una mail entro sabato 18 febbraio 2017 a cuorediquercia@gmail.com per iscriverti: riceverai una risposta che contiene le “istruzioni per l’uso”. La nuova abitudine che si vuole acquisire può essere di qualsiasi tipo, l’importante è che sia benefica per noi.
Il Challenge Nuove Abitudini durerà 21 giorni e inizierà lunedì 20 febbraio 2017.

Allora: pronti per iniziare??

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La dimensione del tempo

Mio figlio mi ha chiesto di rileggergli “Momo”, di M. Ende, quindi ne leggiamo un capitolo ogni sera, prima di dormire. Ieri abbiamo riletto la storia del signor Fusi, barbiere, da cui uno degli uomini grigi andò per iscriverlo alla Banca del Tempo e che, a seguito di quella visita, iniziò ansiosamente a risparmiare tempo, depauperando enormemente la sua vita e perdendo ogni felicità. Intersecata con la storia, Ende riporta una riflessione: quando ci muoviamo in maniera frenetica da una cosa all’altra, “risparmiando tempo”, ci troviamo spesso nella condizione di vederlo restringersi, sperimentando un veloce arrivo a fine giornata; invece quando ci dedichiamo con calma e in pienezza a quel che viviamo, il tempo si dilata, si “riempie”. Per risparmiare tempo,per averne di più, bisogna rallentare. Paradossale vero?

Fate una prova: vivete una giornata di normale routine in maniera diversa, più lenta: prendetevi il tempo per fermarvi a guardare il cielo, per leggere un libro ai vostri bimbi, per leggere qualcosa che vi piace; fate una cosa per volta, con calma, gustandovi il momento e in presenza mentale. Quando arriverete a fine giornata vi renderete conto che la sensazione sarà quella di aver vissuto una giornata più lunga, più piena e anche molto più felice. Quanto tempo avete guadagnato?

Ho pensato a quanto corriamo, sempre, per fare mille cose: abbiamo sempre mille urgenze e per noi e per i nostri cari spesso rimane un “dopo, più tardi”. Mi sono resa conto di quanto questo modo di agire impatti enormemente sui nostri figli, che finiscono per ritrovarsi sempre alla fine della lista e, mentre il tempo passa veloce in mille incombenze, loro crescono e non ce ne siamo nemmeno accorti.

Siamo noi che governiamo il nostro tempo: usiamolo bene, viviamo in pienezza e il tempo che ci è dato magicamente si dilaterà e si riempirà, lasciandoci anche più felici.

 

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Grazie, prego, di niente…

Leggevo qualche giorno fa, in un libro di Paolo Borzacchiello, una riflessione sulla risposta che si da’ quando si viene ringraziati:  di norma si rispondono cose del tipo “di niente” “figurati” “oh, nulla!”. Queste espressioni intenderebbero dare l’idea che non è stato oneroso fare quell’azione per cui riceviamo il ringraziamento, perchè è stato talmente un piacere che non ne abbiamo sentito il peso. Quello che viene espresso realmente, però, è che abbiamo fatto ben poca cosa (se non “niente”), sminuendo quindi l’azione che è stata compiuta. Questo viene trasmesso sia all’altra persona che a noi stessi, che finiamo con l’essere i primi a dare poco valore alle nostre azioni.

Provate, invece, a sostituire queste risposte con qualcosa che esprima in modo più efficace il messaggio che vogliamo dare, ovvero il piacere e l’affetto che abbiamo provato nel compiere quest’azione. Rispondendo qualcosa del tipo “l’ho fatto con piacere!” “sono contenta/o di averlo fatto per te”, non solo daremo maggior valore a quello che facciamo, ma, al contempo, l’altra persona sentirà maggiore cura da parte nostra: immaginate di sentirvi dire che quel qualcosa che qualcuno ha fatto per voi è “niente” oppure che l’averlo fatto per voi “è un piacere”.. come vi sentite? Cambia, vero?

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Semplicità e complicazione

Stamattina leggevo di una mamma disperata perchè il suo piccino di 5 mesi ha molti risvegli notturni e lei si trova con una netta carenza di sonno, alzandosi in continuazione per allattare il piccolo, rimetterlo nel lettino (dove si risveglia subito) e tentare di riaddormentarsi in tempo prima della poppata successiva. In quel frangente mi è ritornata in mente l’immagine di me, alle prese con un primogenito 4 mesenne, che fino ad allora aveva dormito nella culletta a fianco al letto, che invece in quel momento si risvegliava continuamente.. e la salvezza trovata nell’accoglierlo nel lettone. E di quando, appena nata la secondogenita, alla terza notte post parto semi insonne, chiedendomi perchè non riuscisse a dormire, nonostante fosse a fianco a me.. e capire che voleva semplicemente dormirmi addosso, e da lì ricominciare a rinfrancare il mio bisogno di sonno. O ancora di quando ho imparato ad allattare da sdraiata, facendomi il regalo preziosissimo per qualsiasi madre di lunghissime notti di sonno quasi ininterrotto.

E un sorriso, mi viene, al pensare a quanto a volte l’essere umano sia così assurdo: si incaponisce in soluzioni che non servono a nessuno, che lo mettono in difficoltà e gli fanno sprecare un sacco di energia, il tutto solo perchè ha deciso che dovesse essere così, perchè “è normale così” o “si usa così”. E invece la soluzione era lì, era a portata di mano, ed era la più semplice che potesse pensare.

Agire ecologicamente, restando ancorati ai nostri bisogni e a quelli delle parti in gioco, semplifica e rasserena, facendo diventare un’allegra passeggiata quella che fino ad un momento prima sembrava essere un angusto e faticoso sentiero inerpicato. Chiedersi di cosa ho bisogno? di cosa ha bisogno l’altro? come possiamo fare per mettere insieme i due bisogni, soddisfandoli entrambi, almeno un po’? Sono tra domande che spesso nell’agire quotidiano lasciamo da parte, ma che sono incredibilmente semplici e potenti nel farci vedere nuove strade, che spesso – tra l’altro – abbiamo ad un palmo di naso.

 

marherita

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Meditazione casalinga

Con tre figli piccini può essere davvero difficile ritagliarsi del tempo per sè (soprattutto se uno ha un’età inferiore all’anno) e al contempo diventa particolarmente impegnativo mantenere una gestione minima della casa. Oltre a non sopportare più il caos imperante in casa, iniziavo a sentire la necessità di avere uno spazio per staccare, uno spazio per calmare la mente. Mi mancavano le poche lezioni di yoga fatte, sentivo dentro di me l’esigenza di trovare maggiore serenità.

Riflettendo sulla commistione tra interno ed esterno, tra interiorità e casa come riflesso del sé, ho iniziato a maturare un agire diverso: la mia meditazione è diventata il fare. Un po’ come da sempre fanno i monaci, mettere in ordine e pulire con attenzione e intenzione sono diventati un ottimo modo per trovare un pochino di spazio e tempo “calmo” e al contempo per avere una motivazione più forte per mantenere lo spazio abitativo con un minimo di decenza.

La consapevolezza con cui “pratico” cambia radicalmente sia la mia “resa” sia il mio benessere che ne segue: più sono consapevole e pongo attenzione e più riesco a fare, anche se mi sembra di andare lenta, ma sono nel qui ed ora, non mi affatico, mi prendo le pause che mi servono e paradossalmente riesco a sistemare molto meglio e.. l’aria della casa cambia. Se invece mi faccio prendere dal fare veloce mi rendo conto che mi svuoto di energia, concludo poco e alla fine sono stremata.

A questa osservazione esperienziale si è aggiunta la lettura del libro  “Manuale di pulizie di un monaco buddhista” di Keisuke Matsumoto, libretto carino e leggero, il cui concetto chiave si può grossomodo esprimere in.. “pulire i vetri significa pulire la propria anima”. Chiaramente semplifico, ma con questo spirito le pulizie acquistano davvero un altro valore!
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