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Crisi di coppia: cosa comunichiamo?

Quando una relazione volge al termine è tempo di bilanci e di analisi.
Per quanta consapevolezza possa esserci, è sempre necessario scandagliare lo scandagliabile, per capire, comprendere, e attuare dei cambiamenti.

La sensazione di aver fatto tutto quello che si poteva fare, di avercela messa tutta, di aver esplorato e rigirato la crisi in tutti i suoi aspetti più remoti.

Poi, un giorno, un’epifania: ci si scopre ad essere arrabbiati, e tanto, e si scopre di aver messo regolarmente da parte questa rabbia, di non averle dato importanza. La necessità e il desiderio di “far andare” la relazione, contemporaneamente alla volontà di tutelare l’altro dalle discussioni, dai malumori, dai disagi, hanno fatto sì che la comunicazione passasse in secondo piano, che le emozioni “scomode” non venissero tenute in conto, pensando che fosse sufficiente gestirsele in solitaria. Peccato che, all’interno di una coppia, la comunicazione sia la base fondante e sia necessario avere sempre “cuore e mente sul piatto”.

E ti rendi conto che, per quanto l’altro non sia stato nei termini relazionali adeguati, sei tu ad avere sbagliato per prima: ti sei messa da parte, non ti sei data importanza, non hai dato voce alla parte di te che era triste e ferita e, così facendo, sei diventata responsabile di quel fallimento.

Perchè una vera relazione d’amore necessita di comunicazione continua, a qualsiasi prezzo; perchè una coppia sta in piedi solo se entrambe le persone che ne fanno parte rispettano profondamente sè stesse e i propri bisogni; perchè l’amore può crescere se è fonte di libertà.

La volontà di proteggere l’altro può diventare un’arma a doppio taglio e, nel momento in cui ci induce ad omettere delle cose, impatta con seria pesantezza sulla costruzione del dialogo e della comunicazione e, quindi, dell’amore stesso.

Non possiamo pensare di proteggere gli altri da noi stessi, soprattutto quando si è in coppia: si possono trovare buoni modi per comunicare, migliorare, trovare strategie funzionali, lasciando perdere quelle che non lo sono, ma bisogna agire e comunicare.

Cuore sul piatto, sempre.

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coaching, libertà, mind training

i 40 anni e i sogni nei cassetti

Oggi mi stavo muovendo in auto e, come spesso accade in questi frangenti, la mia mente ha iniziato a riflettere su alcune cose. In particolare, mi sono soffermata a notare come gran parte delle persone che conosco intorno ai 40 anni vivano spesso una dicotomia interiore tra la vita che fanno e i sogni che hanno accuratamente riposto nei cassetti: relazioni che non danno più nulla da troppo tempo, lavori portati avanti perchè più sicuri o remunerativi, attività svolte per forza d’inerzia, ruoli predefinite che ormai paiono diventati l’unica faccia possibile.
Contemporaneamente a questa riflessione, ho riflettuto su cosa ci renda “giovani”: ho notato spesso che l’età anagrafica è poco rispondente a quella che è la realtà personale di ognuno di noi e ho visto come a volte sia così diversa da quella percepita. In particolare, ho notato che le persone percepite più giovani di quanto lo siano anagraficamente hanno una cosa che gli altri non hanno: lavorano per realizzare i propri sogni (non a caso queste persone non sono molte).

Ora, potremmo sicuramente dilungarci e fare mille pensieri e ipotesi sulle cause di tutto ciò, ma resta il fatto che la maggior parte delle persone vive in una sorta di anestesia perenne e – di fatto – sopravvive, è interiormente in coma. A volte solo un evento tragico è in grado di dare una scossa a questo torpore globale e le persone prendono finalmente coscienza che la vita è una sola e il nostro tempo non è infinito. Mi sono spesso chiesta, infatti, se fosse proprio necessario arrivare a quel punto, per iniziare a vivere.

In verità non ho ben capito quando esattamente si iniziano a mettere i sogni chiusi nei cassetti: forse prima li si deposita solo un poco, poi sempre un po’ di più, poi inizia a fare male la distanza che si sente tra la vita reale e quei sogni che percepiamo così poco realizzabili e questo è il momento in cui si prende una chiave e la si gira, spesso buttandola via dopo poco.

E qui, signori e signore, vi chiedo: è questa la vita che volete? Volete continuare a vivere indefinitamente in quel grigiore sordo in cui vi siete piazzati, di giorni uguali agli altri, di muta anestesia generale? E’ questo che volete per la vostra unica vita? E’ questo che volete (o vorreste) per i vostri figli?

Spaccateli, quei cassetti, tirate fuori tutti i vostri sogni e iniziate a realizzarli, a lavorarci sopra, prendeteveli, con le unghie e coi denti! Iniziate… a vivere!

 

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Torna il Challenge Nuove Abitudini!!

A gran richiesta torna già quest’anno il Challenge Nuove Abitudini, in una nuova versione integrata con nuovi ed efficaci contenuti.

Di cosa si tratta? 
E’ un percorso di 21 giorni, in cui ci si allena quotidianamente per creare e consolidare una nuova abitudine che ci è benefica, lavorando e mantenendo salda la motivazione e lo sguardo fisso sul nostro obiettivo.

Come funziona?
Ogni mattina, per tutti e 21 i giorni, riceverai una mail con un contenuto (video, audio, scritto o un esercizio da fare) che ti sosterrà e ti aiuterà a rendere efficace il tuo percorso. Avrai, inoltre, il mio costante supporto personalizzato via e-mail.

Perchè 21 giorni?
E’ stato  stimato che il tempo minimo necessario all’instaurazione di una nuova abitudinesia proprio quello di 21 giorni; il Challenge inizierà lunedì 4 settembre e terminerà domenica 24 settembre.

Cosa otterrai dalla partecipazione a questo percorso?
Insieme impareremo a focalizzare e rendere efficace l’obiettivo di prendere una buona abitudine utile alla tua vita; alleneremo insieme la capacità di notare quali processi decisionali e quali strategie sono per te efficaci e quali no, avendo così la possibilità di scegliere cosa ti è utile; approfondirai la capacità di ascoltare te stesso e i tuoi bisogni profondi; aumenterai la consapevolezza nel sentirti attivo ed efficace nelle tue decisioni.

Effetti collaterali
Questo allenamento ha l’effetto collaterale di gestire con maggiore efficacia la tua vita, dandoti la possibilità di vedere scelte migliori da intraprendere e maggiori possibilità, di compiere passi benevoli per te stesso/a e di indirizzarti verso un miglioramento di vita e di grado di soddisfazione interiore maggiore.
Se vuoi continuare a lamentarti di quello che non va nella tua vita e nel mondo questo percorso NON fa per te.

Cosa serve per partecipare?
E’ necessario da parte tua la respons-abilità di portare avanti il percorso per tutti i 21 giorni, la volontà di voler intraprendere un percorso di miglioramento della tua condizione di vita e di benessere e una partecipazione economica di un euro al giorno: investi questa piccola quota come impegno quotidiano per te, per aumentare la tua felicità!

Per iscriverti manda una e-mail entro venerdì 1 settembre 2017 a: silvia.mezzanatto@gmail.com

Allora: pronti per iniziare??

 

cba

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Il segreto per fare ciò che si desidera

Stamattina mi sono svegliata presto e sono andata a camminare, prima di mettermi al lavoro.
Per me è un’attività del tutto nuova: come non avrei mai pensato di iniziare a svegliarmi molto presto al mattino, così mai avrei detto che avrei cominciato a camminare la mattina, ma le risorse interiori aumentano e si finisce con l’imparare a fare ciò che ci fa bene, e a farlo anche con piacevolezza.
La prima volta che sono andata a camminare la mattina è stata qualche giorno fa, durante il corso per diventare Master Practitioner: la mattina mi sono svegliata due ore prima della sveglia e ho deciso di andare. Siccome, come dicevo prima, mai avrei pensato di camminare la mattina in vita mia, non avevo un paio di scarpe adatte (e non le avevo neppure a casa), per cui ho messo i sandali e sono uscita. Dovevo fare un pochino attenzione al passo, ogni tanto riassestarli e sicuramente sarei potuta andare più veloce con delle scarpe da camminata, intanto però la mia oretta di cammino me la sono fatta, con grossa soddisfazione.
Stamattina avevo programmato di andare di nuovo a camminare e ancora non avevo le scarpe adatte: ho preso le meno peggio che c’erano e sono partita, facendomi un’ora di strada montana con… le sneakers!
E, mentre camminavo, pensavo a come, qualche tempo fa, non avendo l’attrezzatura necessaria, mi sarei semplicemente bloccata nell’intenzione, rimandando l’attività al momento dell’acquisto delle scarpe, finendo poi col rimandare per mille altri motivi (come postava la mia meravigliosa trainer, Roberta Liguori, in questo post, in questa maniera succede poi che la mente si abitua a trovare scuse); invece ho utilizzato le mie risorse disponibili, anche se non erano perfette, per fare e ottenere quel che voglio.

E quindi qual è il segreto per fare ciò che vogliamo? Una cosa tanto semplice quanto potente: semplicemente farlo.

Niente scuse, basta con l’aspettare il “quando sarò pronto” o mille altri ipotetici momenti nel futuro in cui le condizioni saranno diverse o migliori, ma alzarsi e camminare!
Noteremo, tra l’altro, che una volta che abbiamo cominciato, il processo per recuperare le risorse per farlo al meglio è molto più veloce ed efficace e potremo accorgerci di quanto poco sforzo ci è voluto, rispetto a quello che avremmo immaginato!

Per cui muoviamoci e partiamo: viviamo la vita che abbiamo sempre sognato!

 

P.S. Le scarpe le vado a comprare subito, promesso!!

 

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Guerra e pace

In questi giorni di notizie terribili, è ancora più importante mantenere un focus positivo, dare rilievo a quello che di bello c’è, e farlo ingrandire, diventare enorme, GIGANTESCO!

Manteniamo la pace nel nostro cuore, riempiamoci di cose belle: l’unica vera arma contro la violenza è la felicità!
Spargiamo felicità intorno a noi, spargiamo bellezza, diventiamo ambasciatori di belle cose!
Piantiamo alberi, godiamoci il sole, stiamo insieme ai nostri bambini, gustiamoci bei momenti per noi: prendiamo belle abitudini che ci riempiano di gioia e di amore.
Possiamo fare poco per decisioni che vengono prese troppo lontano da noi, ma possiamo fare tanto per diffondere il bene a macchia d’olio!
E’ responsabilità di ognuno di noi!!!
Keep strong ❤
ciliegio
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Di relazioni e sufficienza

In questi giorni ho fatto una scoperta che mi ha fatta molto riflettere: quest’estate abbiamo scavato un laghetto, alimentato da uno dei due canali che passano nel nostro terreno. Abbiamo piantato un paio di piantine acquatiche, ma ormai era fine stagione e nel giro di poco sono sparite e lo spazio è stato invaso dalle alghe verdi.

Abbiamo atteso pazientemente che passassero i mesi invernali per poter finalmente piantare qualche nuova piantina e iniziare a colonizzare il laghetto in maniera positiva.

Qualche giorno fa sono andata a piantare una ninfea e un’altra piantina palustre e ho fatto una scoperta che mi ha veramente colpita: vicino al bordo del laghetto, infatti, ho trovato un ammasso di centinaia di uova di rana!
Quello che pensavo essere un ambiente ancora in completo disequilibrio era stato trovato sufficientemente accogliente da invitare una rana a deporre lì le sue preziose uova.

E così ho pensato a tutte le volte che non agiamo per paura di non essere “abbastanza”, di non essere all’altezza, tutte le volte che avremmo desiderio di stare vicino ad una persona, di entrare in contatto con lei, ma ci inibiamo per timore o abbiamo paura di dare fastidio.

E ho pensato che noi non possiamo mai sapere l’altro di cosa necessita, e che spesso offrire sinceramente quel che abbiamo, anche quando ci sembra poca cosa, diventa una risorsa estremamente preziosa per qualcuno: un appoggio, un sostegno, un abbraccio di cuore.

Stiamoci vicino, potenziamo i nostri scambi di cuore, lasciando perdere le paure e i giudizi che noi stessi ci diamo: facciamo diventare questo mondo – e il nostro cuore – un posto accogliente!

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Come liberarci delle emozioni negative

Riflettevo oggi su una dinamica che spesso scatta in noi quando ci troviamo a vivere delle emozioni o delle condizioni che ci mettono a disagio: decidiamo che quella situazione non ci sta bene, che i bisogni che ne derivano non sono corretti o ammissibili,  e cerchiamo in tutti i modi di buttarle fuori di noi.
Per esempio siamo stanchi o malaticci, e avremmo bisogno di riposarci, ma dobbiamo andare a lavorare, dobbiamo sentire tizio al telefono, dobbiamo preparare la cena, dobbiamo portare i bimbi a scuola e.. no! non possiamo essere stanchi, né men che meno malati! Oppure siamo tristi e questa tristezza ci da’ così fastidio, che la condiamo di ogni sorta di arrabbiatura, perché non vogliamo assolutamente accettare di stare fermi ad ascoltarla e sentire quel male, e la copriamo.
E, come sempre accade in questo tipo di situazioni, più respingiamo queste emozioni, queste condizioni, più ci si appiccicano addosso come lo scotch. E’ un po’ come quando andiamo a dormire e non abbiamo sufficiente sonno: iniziamo a dirci che dobbiamo dormire, che poi la sveglia suona, che -uff- ma perché non mi addormento che sono così stanco, che ora devo asssssssolutamente dormire subito, perché il mondo non aspetta me.. e io nemmeno; e più ci incaponiamo e più ci svegliamo, e finiamo alle 5 di mattina ancora a fissare il soffitto.

Ecco, proprio a proposito di sonno che non arriva: avete mai provato a infischiarvene e ad approfittarne per leggere? Se lo avete fatto vi sarete resi conto che la maggior parte delle volte vi ritrovate addormentati e col libro caduto in faccia nel giro di un paio di pagine o, nelle restanti poche volte in cui questo non avviene, vi siete goduti un po’ di buon tempo gradevole che vi farà poi dormire meglio e più sereni.
Con gli stati d’animo negativi (e le condizioni che non possiamo cambiare) funziona esattamente nello stesso modo: accettare la nostra emozione, lasciarci attraversare da essa, fermarci e starci insieme fino a che, da sola, non inizia a sfumare, e dirci che va bene così; accettare i bisogni che ne derivano, che magari sono scomodi per noi in quel momento, e accettarli e dirci che va bene così; questa è la maniera migliore per poterci liberare degli stati faticosi o dolorosi, ed è anche l’unica maniera per imparare ed arricchirci con essi, per fare di queste situazioni delle vere esperienze di crescita.

Stare, accettarsi, e dirsi che andiamo bene, anche quando non siamo al top. Questo è il segreto.

 

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Sensazione di confusione?

Vi è mai capitato di trovarvi nella condizione di effettuare una scelta e non avere proprio la più pallida idea di cosa fare? E ci pensate, ci ripensate, vi ci spaccate la testa.. ma zero: la soluzione non viene? E poi magari vi sembra di aver deciso: Sì, dai è quella! Ma tre secondi dopo.. uhm, no, proprio no.. e via andare.

Anche a me è successo spesso e ora ho finalmente capito che, quando accade, è un bel segnale per fermarmi e cambiare gli occhiali. In questi casi, infatti, mi rendo conto che indosso degli occhiali un po’ da miope, che ingrandiscono le cose vicine, e la cura è molto semplice: toglierli e mettere al loro posto un bel.. binocolo!!

Questo capita quando non abbiamo chiari i nostri obiettivi (o non li stiamo guardando), quindi, non avendo una direzione in cui guardare, non sappiamo bene da che parte andare. E’ proprio come trovarsi in auto: se non sappiamo in che direzione dirigerci, dove vogliamo arrivare, continuiamo a prendere strade a caso, perchè – fondamentalmente – l’una vale l’altra.

Ed è proprio questo il momento in cui dobbiamo alzare lo sguardo, rifocalizzandolo sui nostri obiettivi, o – se non li abbiamo – sederci e chiederci dove vogliamo arrivare, chi vogliamo diventare.

Nel momento in cui i nostri obiettivi sono chiari e il nostro sguardo è fisso su di essi, quando ci diciamo cosa vogliamo ottenere e sentiamo dentro di noi questa chiarezza, allora tutto diventa semplice e le scelte si dipanano praticamente da sole.

Quindi.. alziamo lo sguardo e mettiamo su un bel binocolo!!!

 

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Prendiamo una bella nuova abitudine?

Dall’uscita dello scorso post, sono state diverse le persone che mi hanno detto di voler iniziare qualcosa di benefico per sé (un’attività fisica o altro), ma di non riuscire ancora a trovare il tempo o la giusta motivazione per farlo..

E quindi mi è venuta un’idea: perchè non cominciare con una marcia in più, che ci aiuti ad rendere possibile ciò che ci sembra così lontano?
Ho sperimentato su me stessa quanto possa essere d’aiuto e di sostegno la presenza di qualcuno che ci incoraggia e che condivide con noi il percorso, per cui ho deciso di lanciare un’idea che mi bazzicava nella testa già da un po’: il Challenge Nuove Abitudini.

Di cosa si tratta? Il Challenge Nuove Abitudini è un percorso condiviso di 21 giorni, in cui ci si allena quotidianamente nella direzione di creare e consolidare una nuova abitudine che ci è benefica. Il supporto delle altre persone in questo percorso ci aiuterà a mantenere salda la motivazione e lo sguardo fisso sul nostro obiettivo.

Come funziona? ecco qui le regole per partecipare!
Manda una mail entro sabato 18 febbraio 2017 a cuorediquercia@gmail.com per iscriverti: riceverai una risposta che contiene le “istruzioni per l’uso”. La nuova abitudine che si vuole acquisire può essere di qualsiasi tipo, l’importante è che sia benefica per noi.
Il Challenge Nuove Abitudini durerà 21 giorni e inizierà lunedì 20 febbraio 2017.

Allora: pronti per iniziare??

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Abbracciare l'incertezza

Il processo di cambiamento lavorativo, in particolare quando è drastico, richiede molte energie.

Sicuramente serve tanta consapevolezza, per capire che quello che stiamo facendo (o stavamo facendo) non ci rispecchia più e questo è un grosso grosso sforzo: la sicurezza economica che ci da’ quello che facciamo, l’identità che abbiamo grazie a quell’attività (che ci consente di avere un ruolo definito e uno status sociale) e il senso di autoefficacia che abbiamo grazie a quel lavoro sono elementi difficili da abbandonare per ripartire da zero e spesso ci confondono anche la vista, e non riusciamo tanto a discernere se quello che stiamo facendo lo portiamo avanti perché ci piace e ci realizza o per questi altri motivi.
Insomma: il lavoro di chiarificazione in questo senso è già molto intenso, e lo è ancor di più quando in quello che fai sei anche “bravo”: prima di lasciare il lavoro per stare coi bimbi io facevo l’educatrice, ed era un mestiere con cui mi identificavo molto, che amavo profondamente e che sentivo davvero risuonare dentro. Ma si cambia, la vita ci porta ad altri lidi, altre consapevolezze, a ripescare cose di noi che abbiamo abbandonato, e io ho capito che quel ruolo, quel lavoro, non mi identifica più, non mi realizza più. Orbene, il punto primo è fatto: ho capito cosa non voglio più fare! Ci è voluto parecchio tempo e tantissime infinite riflessioni, ma almeno questo è chiaro.

E quindi si passa al punto secondo: cosa sono capace a fare di altro? Ci sono spesso due opzioni che si prospettano in questo momento, apparentemente opposte. Nel primo caso la persona non ha la più pallida idea di quali possano essere i suoi talenti, le sue qualità: ha sempre fatto quell’unica cosa nella vita e ha l’impressione di non essere in grado di fare null’altro. Anche qui serve una grande dose di introspezione di lavoro su di sé ( e può essere davvero un ottimo aiuto avere un coach o un counselor di supporto che ci aiuta a sveltire il lavoro), ma si tratta di portare alla luce ciò che già facciamo e di metterci sopra un bell’occhio di bue per farlo risaltare: scopriremo che ci sono tantissime competenze che utilizziamo abitualmente in maniera spesso inconsapevole e che possiamo valorizzare e reimpiegare in altre attività. Poi c’è il secondo caso, che personalmente trovo paradossalmente più complicato da gestire, forse perché mi coinvolge direttamente, ovvero la situazione in cui la persona in questione ha “troppe” propensioni, attitudini, troppe cose che ama fare, e magari c’entrano pure poco l’una con l’altra. In questo frangente l’impressione è spesso quella che dedicandosi a una cosa si tralasci il resto, e ci sia sempre la sensazione di viversi un po’ “a metà”. E’ il caso delle persone cosiddette “multipotentialite” (rimando al pezzo di Emilie Wapnick per chi volesse approfondire). Qui il discorso diventa oltremodo complesso: da un lato possono nascere connubi e soluzioni innovative e originalissime, talvolta fin geniali, dall’altro tutto questo non è proprio per niente intuitivo né semplice: la sensazione che si ha spesso è quello di trovarsi in una zattera in balìa delle onde.

Ci sarebbe quindi la terza fase, ovvero il “cosa” fare, con i talenti che abbiamo scoperto di avere, ma – come detto sopra – in certi casi l’arrivare al “cosa” appare particolarmente complicato. E quindi si sta per un bel po’ nel limbo tra la seconda e la terza fase, nell’attesa. E l’unica cosa da fare (oltre a continuare a lavorare su di sé) è imparare ad abbracciare l’incertezza, semplicemente “stare”, mantenendo la fiducia sul futuro, su quel che verrà, sul fatto che troveremmo la giusta strada per noi, mantenendo aperte tutte le connessioni (sia del cervello destro che di quello sinistro 🙂 ).

 

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