attualità

Vaccini, coscienza e libertà

In questi giorni è stato approvato, dal Governo Italiano, un decreto che prevede l’obbligo di vaccinazione fino ai 16 anni, con cui sono stati resi obbligatori 12 vaccini.

Non entro nel merito di posizioni “pro” o “contro” i vaccini, posizioni che credo siano di per sé fallaci, dal momento che stiamo parlando di farmaci e, quindi, portano con sé alcuni rischi e alcuni benefici.

Mi piacerebbe, invece, porre la riflessione sulle modalità con cui le nostre istituzioni più alte hanno deciso di affrontare il problema, che è – nella fattispecie – il calo della copertura vaccinale dei bambini.

Innanzitutto partiamo dai presupposti su cui si è basato questo decreto:
– la copertura vaccinale è calata
– l’alta copertura vaccinale è essenziale per proteggere dalle malattie per cui si vaccina (teoria dell'”effetto gregge”)

Diamo per scontati i dati in base ai quali si evince un calo della copertura; l’altro presupposto è quello dell’effetto gregge, ovvero: se la copertura dei vaccinati supererà una certa percentuale, si otterrà una protezione totale della popolazione (anche di chi non può vaccinarsi) e, alla lunga, una eradicazione della malattia. Non entro nel merito del dibattito sulla validità o meno di questa teoria, in questo momento diamola per scontata.

A questo punto si aprono due questioni:

– perché l’obbligo di vaccinazione comprende anche malattie, ad esempio il tetano, su cui l’effetto gregge non fa leva, perché la modalità di trasmissione non è uomo-uomo?

– perché il decreto riguarda solo i bambini, che sono la minoranza della popolazione? Non è verificato, infatti, il grado di copertura vaccinale di tutte e 12 queste patologie nella popolazione sopra i 16 anni e non è interesse del decreto portare l’intera popolazione alla soglia minima di percentuale di vaccinati stabilità dalla teoria dell’effetto gregge. Per riassumere, la domanda è: se la copertura vaccinale oltre una certa percentuale è essenziale nella lotta ad alcune malattie, perchè vaccinare solo i bambini, che sono una piccola percentuale della popolazione? Anche si vaccinassero tutti i bimbi, infatti, si sarebbe comunque lontanissimi dalle soglie minime richieste affinché si sviluppi l’immunità di gregge (forse l’unico vaccino che potrebbe sfiorare coperture degne di nota in questo senso è l’antitetanica, ma sul tetano l’effetto gregge non ha il minimo impatto).

A questo punto arriviamo al cuore della questione, ovvero: il presupposto che manca.

La libertà di cura è un diritto fondamentale dell’uomo, sancito dalla legislazione nazionale e internazionale (cito, in particolare, la Convenzione di Oviedo, che disciplina proprio queste materie). La domanda, perciò, sorge spontanea: quale sarebbe la condizione di urgenza ed emergenza tale da giustificare una siffatta violazione, quando la Ministra stessa ha dichiarato che al momento non sussistono nè epidemie nè tantomeno condizioni di emergenza?

Vorrei ora spostare di poco l’ambito di applicazione di questo diritto.
Immaginiamo di essere una madre in attesa, e ricevere la comunicazione che è diventato obbligatorio l’allattamento al seno fino ai due anni di tutti i bambini, per proteggerli dalle allergie e dall’asma: come ci sentiremmo?
Facciamo ancora un’altra prova. Immaginiamo che un decreto legge imponga a tutti l’adozione di un’alimentazione a prevalenza vegetale e integrale a causa dei tanti decessi per patologie coronariche e per diabete: come ci sentiremmo?
Magari quella sera siamo stati fuori tutto il giorno, abbiamo difettato di organizzazione, e ci troviamo all’ora di cena senza niente di pronto e ci apprestiamo a comprare un cibo precotto di scarsa qualità: come ci sentiremmo all’idea di poter ricevere una sanzione per questo?
Tra l’altro: quanto avremmo voglia di collaborare con lo Stato in queste condizioni, e quanto lo percepiremmo come una protezione o piuttosto una prigione?
Notiamo bene che, in entrambi questi esempi, ho utilizzato malattie gravi e invalidanti, che fanno ogni anno davvero moltissime vittime (l’infarto e le patologie coronariche sono tra le primissime cause di morte in Italia), al contempo le pratiche imposte non avevano alcuna controindicazione, al contrario di qualsiasi farmaco, vaccini compresi.

Qual è quindi il limite oltre il quale lo Stato può permettersi di violare diritti umani di base?

In ultima analisi, poi, perché preferire una modalità coercitiva ad un lavoro reale di informazione e un’attenta farmacovigilanza? perché scegliere un approccio impositivo al posto di un reale ascolto e una efficace comunicazione con le famiglie? Perché non sondare quale sia il motivo per cui alcune famiglie scelgono di non vaccinare (o farlo parzialmente, o farlo secondo altre tempistiche) e lavorare su quei problemi, in modo da migliorare realmente la situazione?

Cambiamo, ora, il punto di vista: la medicina è una scienza e, in quanto tale, non è mai perfetta e sicura, parliamo piuttosto di un continuo stato di evoluzione ed innovazione, al cui interno ricercatori e medici studiano e agiscono secondo le loro conoscenze e per ipotesi. Come è possibile, quindi, che un medico possa essere libero di agire secondo scienza e coscienza, di fronte ad una coercizione che non lascia scampo? In quale clima si trovano a lavorare i medici, quando è loro perfino proibito, oltre al fare, il dire che non sono totalmente in accordo con quanto prescritto per legge? E soprattutto: come è possibile, per un medico, lavorare con una medicina sempre più personalizzata e “cucita” sul paziente, con questi presupposti?

Quindi, in sostanza: perché lo Stato sceglie un metodo forte e coercitivo, che priva i cittadini di un diritto fondamentale, che porta i medici a non poter lavorare secondo scienza e coscienza, in assenza dei presupposti sia di emergenza che di una pratica che realmente vada ad incidere sulla copertura vaccinale?

Io, in tutta onestà, continuo a non trovare risposta.

 

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gocce di pace, mind training

Gocce di Pace: tutto il meglio

C’è un bellissimo trucchetto mentale che ci consente di mantenere un focus decisamente migliore nelle relazioni, e in generale durante la giornata, e consiste in questo piccolo esercizio: per tutta la giornata, quando incontriamo qualcuno, auguriamogli dentro di noi “tutto il meglio“.

 Concentriamoci per auguraglielo col cuore, anche se magari è una persona con cui normalmente non abbiamo tanto feeling: fermiamoci, salutiamolo con un sorriso, mentre dentro di noi gli auguriamo “tutto il meglio” e vediamo cosa accade dentro di noi.
Noterete come la vostra inclinazione mentale cambierà in maniera decisamente più positiva e, intanto, la vostra energia crescerà, insieme al vostro sorriso.
Un piccolo gesto interiore dai molteplici effetti!
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mind training

Ecco cosa può succedere quando si esce dalla zona di comfort

Qualche giorno fa, in questo post sulla mia pagina Facebook, raccontavo di come ho avuto l’occasione di affrontare una piccola cosa che una volta mi metteva molto a disagio, e di come l’aver affrontato questa esperienza per me un po’ difficile mi abbia fatta sentire più libera.

Si chiama “zona di comfort” tutto quell’insieme di azioni e situazioni in cui stiamo a nostro agio, in cui viviamo tranquilli e senza crisi. Essa può essere più piccina o più grande e, se passiamo molto tempo senza espanderla, inizia a stringersi un pochino alla volta e ad irrigidirsi, ingabbiandoci anche con molta forza.
Il segreto per espanderla è uscirne, fare ciò che vogliamo fare anche se non ci sentiamo a nostro agio nel farlo: a volte basta scostarsi veramente un pochino dalle nostre limitazioni autoimposte, mettere appena la punta del piedino fuori, che già si hanno bellissimi effetti di crescita.

Ritorno all’episodio di qualche giorno fa: ho fatto una telefonata (e già prendere l’iniziativa per telefonare a me richiede sempre un certo sforzo) in cui avrei dato una comunicazione scomoda. Ho deciso che ce l’avrei potuta fare, ho deciso di essere l’autista del mio cervello e di gestire le mie emozioni e l’ho fatto.

Ed ecco cos’è successo appena qualche giorno dopo…

Ero in pianura per una consulenza e ho incontrato una conoscente, che mi ha parlato di alcuni problemi con sua figlia e dei consigli professionali che le erano stati dati per gestire questa situazione di difficoltà. Purtroppo ho notato che alcuni di questi consigli avrebbero potuto anche essere efficaci in un primo momento, ma a prezzo di un notevole peggioramento della situazione in futuro. Lì per lì ho sentito dentro di me crescere la rabbia per cosa le era stato consigliato e la mia vocina interiore ha iniziato il suo sproloquio a colpi di “ma è possibile che nel 2017 ci siano ancora professionisti che consigliano queste cose?? ma non si rendono conto dei danni che fanno??”. Me ne sono però stata ben zitta, limitandomi a sottolineare la mia contentezza per la sensazione di appoggio che aveva avuto questa conoscente. In fondo, nessuno aveva chiesto il mio parere, e facilmente se avessi esplicitato il mio pensiero in quel momento, non sarebbe stato ascoltato né compreso.

Mentre ero in auto, nel viaggio di ritorno a casa, continuavo però a pensarci, e mi sono resa conto del fatto in quel momento io avevo una possibilità reale di aiutare questa bimba: sapevo cosa andava evitato perché conoscevo gli effetti a lungo termine, e cosa consigliare di meglio. E poi, ho pensato, mal che vada non succede nulla, e rimarrà tutto come ora, ma se io non ci provo, avrò perso una possibilità preziosa di far andare l’infanzia di questa bambina in un modo diverso, e di far sì che domani sia una donna più sicura e più felice.

Allora ho scelto i punti più importanti, li ho trasformati in due semplici strategie concrete, ho scelto le parole con cura, in modo da massimizzare l’efficacia della mia comunicazione, sia dal punto di vista emotivo che cognitivo, e poi l’ho fatto. Mi sono fatta dare il suo numero di telefono e le ho te-le-fo-na-to.

E’ stata una lunga e bella telefonata, e quando ho messo giù ero davvero felice: avevo utilizzato tutto il mio bagaglio nel modo migliore possibile, in quel momento. Non avevo agito d’impulso subito, sfogando in malo modo i pensieri rabbiosi che venivano, mettendo in tavola una comunicazione che l’altra persona non avrebbe potuto di certo ascoltare, per il modo in cui l’avrei fatta. E nemmeno ho lasciato perdere, ma ho ascoltato la mia rabbia, quello che che voleva dirmi, e ho sfruttato al massimo quello che ho per poter dare il meglio per quella mamma e per quella bimba, creando l’occasione per una comunicazione efficace ed empatica.

E dopo tutto questo mi sono resa conto di quanto si fosse espansa la mia zona di comfort: se mi avessero detto fino a qualche giorno fa che avrei fatto una cosa del genere, davvero avrei riso, invece non solo ho telefonato, ma non ho avuto alcuna difficoltà nel farlo!

Per cui: sperimentate, anche una cosa piccolina, ma che esca un pochino dalla vostra zona di comodità e state a vedere gli effetti!

 

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